Racconti di viaggio

IL BAMBINO DI ALA’ DEI SARDI

Un uomo si aggira tra le case di granito di Alà.

Corre dietro ai suoi ricordi di bambino,

lontani ma comunque indelebili. 

Un racconto di Gianni Lilliu

Di granito erano fatti i monti che lo circondavano e di granito erano le casette del piccolo borgo di Alà dei Sardi. Nel nord est della Sardegna, su un incontaminato altopiano ricco di boschi di querce da sughero, il paese si estendeva nella regione storica del Montacuto e ne segnava i confini con la Baronia, la Gallura e il Nuorese. Nella cameretta di una di quelle case di pietra, Chiccu metteva le gambette giù dal letto e allacciava i suoi vecchi sandali di cuoio. Le braghette corte e una camicia a mezza manica non coprivano ginocchia e gomiti sbucciati, ma in quel caldissimo luglio del 1972 questo non era un problema. Faceva parte della crescita di ogni bambino in salute. Francesco Piras, ma tutti lo chiamavano Chiccu, aveva sette anni, era magro magro, con due occhi grandi e profondi sotto una testa di capelli castani sempre arruffati. Non era certo una pertica, molto riservato, ma nonostante l’aspetto e il carattere aveva una gran voglia di vivere. Non gli mancavano nemmeno una risata sempre pronta e una buona intelligenza e sensibilità.

“Mamma, mamma, posso andare a giocare con Tore?” la voce squillante del bambino fece sobbalzare le due donne sedute sulle due sedie di legno fuori dalla porta della vecchia casa.  “Certo Chiccu, ma non fare tardi altrimenti tuo padre, se torna e non ti trova qui, si indispone e mi tiene il muso per tutta la sera!”.   

Carmina e Raimonda erano intente a mondare delle fave che gli aveva portato il caro zio Tottoi. Crescevano grosse e profumate nel suo orto nelle vicinanze del paese e sarebbero diventate entro sera una minestra per tutta la famiglia.Inoltre, stavano parlando fitto fitto delle ultime novità del paese: il nuovo nato in casa Sanna, la civetteria con la quale Pinuccia parlava con il fornaio, il matrimonio della loro sorella Giacomina e la sua nuova vita a Milano, i preparativi dei fedales per la festa di Sant’Agostino. Non è che succedesse chissà che cosa ad Alà. Gli Alaesos erano gente semplice, operosa, combattiva e molto orgogliosa ma la vita, nella maggior parte dei casi, scorreva con i ritmi delle stagioni e della natura. Maria Carmina Mulas alzò appena gli occhi dal cesto colmo di fave da pulire, appena in tempo per vedere suo figlio correre via come un furetto verso il piazzale della chiesa.   

Non preoccuparti Carmela”  disse Raimonda leggendo negli occhi di sua sorella la preoccupazione di mamma.  “Vedrai che tornerà presto, è un bravo bambino ubbidiente, magari ha un po’ la testa tra le nuvole, ma è un buon figliolo”. 

Carmina sorrise e le due donne ripresero a mondare le fave e i peccati del paese con il loro chiacchiericcio. Dalla vecchia casa di suo nonno Barone, rallentando la sua corsa e guardandosi in giro, si mise alla ricerca del suo compagno di mille giochi; suo cuginetto Tore. Le viuzze contornate dalle piccole casette fatte di granito si susseguivano e ogni tanto Chiccu si fermava per poggiare le sue piccole mani su qualcuno di quegli antichi sassi per saggiarne il calore che avevano accumulato in quel caldo pomeriggio d’estate. Gli piaceva sentire il tepore delle pietre che, anche se ormai in ombra, conservavano il ricordo del sole caldo della giornata. Quanto sentiva importante quella pietra Chiccu! Non ne sapeva molto ma sapeva che dava lavoro a suo padre, Gino il minatore, e a tante persone del paese che venivano chiamate da tutta la Sardegna per la loro maestria nel lavorare e costruire case con quella pietra millenaria. Lui non era forse un Alaeso purosangue, non era nato in paese, ma si sentiva comunque orgoglioso di appartenere, in qualche modo, a quel mondo. In fin dei conti la famiglia di sua mamma era di lì e ben sapeva che la società in Sardegna era, dai tempi dei tempi, di tipo matriarcale. Quindi il cognome, la provenienza e la famiglia della madre erano decisamente importanti e pari al cognome, la provenienza e la famiglia del padre. Lui era nato a Genova quando i suoi genitori erano emigrati e la, si erano conosciuti, avevano messo al mondo il loro primogenito. Ma le cose in quel periodo, nel continente, non andavano benissimo e quindi avevano deciso di tornare in paese per tentare di metter su casa lì e potersi assicurare così un po’ di pace e benessere. Passando davanti al fornaio Chiccu sbucò nella piazza della chiesa e si fermò davanti al bar. Si guardò intorno ma di suo cugino nemmeno l’ombra. C’erano alcuni tavoli rotondi di legno fuori dal bar: in uno di questi alcuni uomini giocavano rumorosamente a carte, gli altri erano occupati da pastori, contadini e cacciatori che, finita la dura giornata di lavoro, si ritrovavano per due chiacchere e un bicchiere di vino. Dall’interno si sentivano quattro voci che cantavano a tenore. In mezzo a quelle persone Chiccu vide zio Tottoi.   “Ciao zio” disse allegramente il bambino. “Hai visto Tore?”. I due occhi color ghiaccio, incastonati in un viso solcato da profonde rughe, squadrarono il nipote. Scacciò una mosca fastidiosa con il cappello.

E come faccio a vederlo?” rispose il vecchio contadino. “Siete sempre in giro correndo come furetti e nascondendovi in tutti i buchi che il demonio ha creato!”.  Il vecchio si rimise il cappello, che aveva usato come arma. “No Chiccu ,proprio non l’ho visto” sorrise benevolo al nipote. “Vuoi un’aranciata? Il bambino fece di si con la testa e quando l’oste gliela porse la bevve d’un fiato. Si asciugò la bocca con la mano, salutò zio Tottoi e ripartì come un fulmine. “Questo ragazzino!” disse Tottoi rivolto ai suoi compagni. “Sembra un cavallino della Giara al galoppo”. Gli uomini scoppiarono in una folle risata.

Chiccu ritorno sui suoi passi e iniziò l’esplorazione delle viette del vecchio borgo alla ricerca di suo cugino. Passato un vecchio portone di legno, a fianco al bar della piazza, vide due giovani spose che tornavano da “su riu” con in testa dei cesti enormi di panni lavati e profumati. Due donne, vestite di nero da capo a piedi, arrotolavano delle matasse di filo da un cestino di paglia.  Sull’angolo una porta aperta rivelava una stanza in ombra. Un grande camino di pietra occupava quasi l’intera parete in fondo. In un angolo un uomo era intento a fare delle bellissime e profumatissime forme di formaggio e dalla parte opposta due donne impastavano il pane su un vecchio tavolo di legno. Le due donne chiacchieravano tra loro scambiandosi sorrisi civettuoli e facendo segno con la testa in direzione dell’uomo del formaggio. Ad un certo punto scoppiarono in una risata fragorosa che echeggio per tutta la via. Chiccu proseguì al piccolo trotto addentrandosi nelle viuzze chiuse da case di granito fino ad arrivare davanti a Palazzo Corda-Colonna dove si fermo a guardare, per l’ennesima volta il grande murale sulla sua facciata. Rimaneva sempre turbato da quelle scene di battaglia. Nel dipinto c’erano alcune donne. Una era ferita e si premeva una gamba con una pezza, un’altra stringeva a sé il suo bambino. La terza donna lanciava un sasso. Dava manforte ad un uomo che, puntando il suo fucile, sparava in direzione di due cavalieri che se la davano a gambe. Poi c’era un altro uomo; giaceva a terra ferito o morto, Chiccu non lo sapeva, ma ne era molto impressionato. Una scena epica. Si rimise in cammino. Un vecchio pastore dormiva seduto su un sasso vicino ad una finestra e, appoggiato al suo bastone, si riposava in attesa dell’ora di radunare le pecore. Un altro uomo si incamminava verso casa con il fucile sottobraccio e il cane scodinzolante che lo seguiva. Era vestito come per andare ad una festa, con il suo abito di velluto e il cinturone in pelle pieno di cartucce. Chiccu arrivò alla casa della dottoressa. Una costruzione di tre piani tutta in pietra con una fila di tre finestre per piano ed un piccolo terrazzino contornato da una ringhiera in ferro. Anche lì, Chiccu, si fermò per osservare la casa. Gli piaceva molto quella casa, ma la cosa che più lo colpiva erano le miriadi di rondini che avevano fatto il nido sotto la grondaia. Erano migliaia. E comunque, niente da fare, di Tore nemmeno l’ombra. Il ragazzino non si arrese e si diresse verso la Bicocca Dessena e proseguì fino a Su Puttu ‘e Mesu Idda ma nulla. Chiccu pensò ad un ultimo posto dove cercare Tore. Si avviò giù per un sentiero che scendeva in direzione della valletta e del rio, dove ogni tanto andavano a fare il bagno. Raggiunse la pozza d’acqua dove facevano i tuffi e chiamò. Nulla, non era nemmeno li. Era sudato come un mulo ed ebbe la tentazione di fare un tuffo ma cambiò subito idea. L’ultima volta si era portato a casa una sanguisuga attaccata ad un polpaccio e per togliergliela sua mamma e sua zia avevano fatto un sacco di fatica e lui aveva sentito un sacco di male! Quindi riprese la via per la chiesa. Nel tragitto provò a chiamare ancora ma nulla.

A quel punto Chiccu decise che avrebbe giocato da solo, ogni tanto lo faceva e la cosa gli piaceva assai. Sarebbe andato nel suo posto segreto, giù dietro al cimitero. Doveva solo fare attenzione ai serpenti. Una volta mentre era seduto sui gradini del cimitero, a fantasticare a chissà che, uno di quelli neri, gli era passato sopra le ginocchia! Aveva iniziato a correre, gridando per lo spavento, e non si era fermato fino a casa. Si incamminò in discesa, passando alla destra della chiesa davanti al dentista e poi giù per il rettilineo dove, in fondo, si intravvedeva il campo santo. Costeggiò sulla sinistra il muro del cimitero finché non arrivò all’imbocco di una traccia di sentiero che portava in campagna. L’erba spessa gli graffiava i polpacci ma a lui non importava. Il profumo degli ulivi e dei fiori di campo era inebriante. Sullo sfondo i monti di Alà e una collina boscosa da dove spuntavano alcune rocce di granito con delle forme su cui Chicco aveva fantasticato parecchio. Un giorno ci sarebbe andato ma, per ora era troppo piccolo per allontanarsi così tanto, per ora si sarebbe accontentato delle “sue” rocce. Dopo una sughereta c’era la sua montagna. Gli piaceva arrampicarsi fino in cima, arrancando a quattro zampe, e poi tirarsi in piedi e guardare panorama intorno. In cima si sentiva forte, un eroe, padrone della valle. Scese pian piano dal monte e si avviò verso la “caverna”. Due grossi massi di granito affiancati formavano una stretta fessura. Chiccu riusciva ad entrarci mettendosi di sbieco fino a che non si allargava e formava una specie di capanna. Le pareti all’interno erano coperte di muschio profumato. Il fondo era di terra battuta e costellato di escrementi di pecora. Probabilmente non era il solo a conoscere quel buco. Una volta ci aveva trovato anche un paio di monete dei tempi del fascismo. Pensava di aver trovato un tesoro fin quando suo padre non gli aveva detto che, purtroppo, non erano poi così preziose. Gli aveva anche spiegato che non erano roba sua e che avrebbe dovuto lasciarle lì dov’erano. Gineddu le aveva prese e portate al bar, dove tutto si sa e si conosce, per vedere se riusciva a trovare il proprietario. Chiccu aveva pianto un po’ ma poi aveva capito. Stufo della sua grotta uscì e si avviò verso il luogo per lui più importante: il trono. Il trono era un grosso masso di granito che faceva parte di un muretto a secco e che divideva due proprietà. Da una parte uno stazzo mezzo diroccato, dall’altra gli olivi e le sue rocce. La sua forma con tanto di schienale e seduta concava sembrava fatta su misura per lui. Si sedeva e la pietra lo accoglieva nel suo tiepido abbraccio come se quel posto fosse stato fatto su misura per lui, in milioni di anni, con il lavoro paziente di acqua e vento. Si mise seduto. Alzò gli occhi al cielo e si mise a contemplare le nuvole. Le forme facevano viaggiare la sua fantasia come null’altro. In un attimo il sonno abbracciò il bambino e lui si addormentò. Sognava Chiccu, sognava di ieri, di oggi, di domani. Cose che aveva fatto e visto nella sua breve vita ma soprattutto sognava le cose che avrebbe fatto.                                

Una grande montagna da salire fino in cima,

un viaggio per esplorare gli angoli più remoti e sconosciuti del mondo,

una nave per attraversare il mare,

una pagina bianca dove raccontare.

Tutte le foto di Alà dei Sardi

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